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venerdì 28 luglio 2017

Rivalutare l'acqua per affrontare l'emergenza idrica

Chi abita nei paesini di montagna ha il privilegio di poter vedere da dove proviene l'acqua che beve. Pardon, beveva. Questo della foto è il vecchio acquedotto di Baselga, sorto sulla storica sorgente, trovato in mezzo al bosco. La porta aperta perché esso giace in disuso sin da quando il comune di Trento ha centralizzato la distribuzione dell'acqua, attingendola altrove.
Chissà come mai.
Un tempo le comunità dipendevano da quest'acqua minerale che zampillava fuori dalla terra; ad essa dovevano il sostentamento e pure l'indipendenza. Più in là nel tempo la si incanalava sino alla fontana e al lavatoio, per avvicinarla al centro abitato. Da lì, ciascuna famiglia provvedeva a rifornirsi d'acqua, a secchi o nelle otri di pelle, pertanto le persone la consumavano con parsimonia. Erano consapevoli.

Oggi vige il motto del Finché ce n'è. Oggi l'acqua è quel fluido trasparente e insignificante che fuoriesce dal rubinetto/gabinetto al nostro comando. Oppure è il contenuto delle migliaia di bottiglie esposte in ogni singolo supermercato. Oppure la pioggia che fa puzzare il bucato. Il cittadino medio, viziato dai comfort, non si rende conto di quanto sia fortunato a disporre di tanta acqua; tutt'al più brontola perché deve pagare la tassa corrispondente!

In caso di emergenza idrica si sfiora il tragicomico. Cosa fa l'italiano medio quando viene annunciato il razionamento? Fa il pieno di acqua prima per non rimanere senza dopo, crede di essere furbo. Al posto di razionarla con coscienza, finisce con l'abusarne in un momento critico. In nome di un eccesso di igiene, in un nome di tante abitudini consolidate, in nome di tanti capricci a quali è difficile rinunciare.
Gli agricoltori moderni sperperano quantità indicibili d'acqua, vuoi perché devono gonfiare al massimo il raccolto (si esportano le mele gonfie d'acqua e s'importa dall'estero il frumento secco, per dirne una), vuoi perché devono lavare i mezzi agricoli dopo i trattamenti chimici e così via. Le fabbriche e le centrali non sono da meno, tutte succhiano avidamente l'acqua da ogni riserva disponibile.

Preziosa acqua piovana. Era luglio dell'anno scorso e dal cielo venne giù il diluvio. Mi sorprese nell'orto, mentre sistemavo le grondaie mobili del vecchio pollaio sull'imbocco della cisterna, una routine consolidata, così mi riparai dentro il suddetto pollaio. L'acqua veniva giù così forte che riempì la cisterna mezza vuota (capienza complessiva: 1000 litri), veniva giù così violenta che era di fatto impossibile stare all'aperto senza l'ausilio di un robusto ombrello.
Dall'interno del riparo, in qualcha maniera riuscii a spostare le grondaie per riempire il bidone (altri 250 litri), aiutandomi con quanto avevo a disposizione (una bacchetta) per reggere quel nuovo assetto precario (foto).
Voglio dire: oggi se piove filate tutti sotto un tetto o dentro l'auto. Guai se i capelli si bagnano. Io in quell'occasione mi ero fatto l'equivalente di cinque docce filate, ma avevo raccolto una riserva immane di preziosissima acqua meteorica, che altrimenti sarebbe defluita giù per la strada.
Avevo garantito quasi due settimane di irrigazione per l'orto e scusate se è poco.

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L'autore

L'autore (di cui potete ammirare l'autoritratto...) è residente a Baselga del Bondone, da alcuni paragonata al villaggio di Asterix, ha la passione della scrittura, del disegno, della fotografia e delle riprese video.