blog paralleli

sabato 4 novembre 2017

Coltivare le arachidi, parte 3

Quest'anno una sola pianta d'arachide m'è cresciuta, pertanto tutte le speranze son riposte in lei... mi riserverà una piccola sorpresa.




L'obiettivo è procurarmi un po' di semenza per l'anno che verrà. Son realistico, il raccolto dell'anno scorso è stato magro, mi andrebbe di lusso se ora riuscissi a moltiplicare i pochi semi che ho messo da parte. La vedo comunque dura: durante i mesi di svernamento pochi di essi son rimasti integri...
Fine maggio: germinazione. Tempo una settimana dalla semina e due semi d'arachide germinano. Uno dei due stenta per di più, ma a rilento la piantina cresce ugualmente.
Le trapianterò nell'orto quando le temperature (diurna e sopratutto notturna) saranno più miti e quindi favorevoli.
Agosto: l'arachide ha i fiori, ma non sono quelli giusti... Una simpatica camomilla si è sovrapposta all'unica arachide superstite. L'altra, quella debole, riceve il colpo di grazia quando ci trapiantano il radicchio sopra!
Tornando ai fiori, quelli gialli d'arachide latitano e senza di essi non vi saranno neppure frutti. Mesi caldi non ne restano molti, quindi la vedo abbastanza grigia!
A novembre la sorpresa! Zitta zitta, la pianta d'arachide ha fruttificato; si vede che era fiorita e velocemente si era intrufolata sottoterra per far frutto.
Me ne accorgo solo quando estraggo dal terreno la pianta rinsecchita; la appendo al sicuro e all'asciutto: le noccioline non devono assolutamente bagnarsi se voglio conservarle.
Son pochissime, ma spero che tale selezione naturale mi faccia ottenere piante più produttive.

Si vedrà...


PARTE 2 - COLTIVARE LE ARACHIDI - PARTE 4

giovedì 26 ottobre 2017

Mi mancava un autoritratto sotto i ferri

L'approccio giusto all'operazione chirurgica. Son passato dal non sta capitando a me al non è capitata a me del giorno dopo. Peccato che la beata ignoranza duri fintanto che poltrisco, poi diventa arduo negare l'evidenza con un cerottone che copre una sfilza di cambrette di ferro...
Al di là della spensieratezza artificiosa, i ricordi dell'esperienza son ben nitidi e ho cercato di fissarne uno (i momenti salienti sarebbero diversi in realtà).

"Iniezione di fiducia", disegnato con Gimp e tavoletta Wacom
Sala operatoria dell'ospedale di Tione, venerdì mattina: prono sul lettino, mansueto come un bue sacrificale, non vedo l'ora che il chirurgo e l'anestesista abbiano finito. Ahimè, hanno appena inziato (no, non è un'esperienza extracorporea, non m'hanno addormentato)!
Dieci minuti prima, durante la nervosa attesa, avevo detto a Miriam, l'infermiera: Se mi prendi per mano, io mi appisolo senza tante anestesie. E, incredibile, nel suddetto momento critico m'ha preso per mano veramente e così son riuscito a sprofondare nel torpore d'una sedazione provvidenziale.
La rappresentazione è fin troppo artistica: ero ricoperto da capo a piedi di indumenti e coperte, c'era un siparietto che non mi faceva vedere niente. Ho esposto l'apparato circolatorio quando forse sarebbe stato più calzante quello nervoso. O entrambi.   

Tutta colpa di un'ernietta primitiva. Cagionata da una debolezza congenita ed ogni sforzo a pancia piena è un fattore di rischio. Sforzo importante, prolungato o molto ripetitivo s'intende. Non c'è stata una causa precisa, ma una catena di concause: vangare a mano, movimentare quintali di legna a braccia, verniciare le ringhiere dei balconi assumendo posizioni errate per ore e ore, grandi abbuffate, perdita di peso... chi lo sa quando è stato il momento preciso. Me la sono andata a cercare.

Decidersi se farsi operare o meno l'ernia inguinale. Internet ha i suoi santoni che sfruttano questo tema delicato per vendere diete e stili di vita salutari, ma le probabilità di guarigione al di fuori dell'intervento chirurgico sono praticamente nulle. Con l'ernia ci puoi convivere tranquillamente per anni, sia chiaro, e personalmente ero quasi tentato di intraprendere questa strada. In mancanza di sintomi, come nel mio caso, altroconsumo sostiene che un'attesa vigile sia preferibile all'operazione.
Bisogna indossare il  cinto erniario oppure una speciale mutanda elastica, previo ovviamente l'accompagnamento dell'ernia nel suo luogo d'origine. Se da un lato, in casi molto fortunati, l'ernia può "guarire", la compressione di tali indumenti provoca la formazione di aderenze, nuovi tessuti interni, adiposi credo. Più lavoro per il chirurgo, che deve asportarli.
Un'ernia fuoriuscita (=l'ansa intestinale fuoriuscita), priva quindi della protezione muscolare dell'addome, andrebbe pure protetta da botte accidentali. Quindi l'imbottitura qui sotto fa meno ridere di quanto pensiate.


Meglio tagliar la testa al toro. Ho più fiducia nel chirurgo che in me per risolvere questa magagna: se egli sostiene che un intervento precoce può farmi guarire, che è meno invasivo e che è meno rognoso per la sua équipe, meglio non perdere altro tempo e venirgli incontro.
Sulla tecnica utilizzata c'è un po' di libertà decisionale. Durante la visita chirurgica abbiamo concordato per l'operazione classica a cielo aperto, tenendo la laparoscopia per un intervento di riserva. Entrambe hanno pro e contro.
Riguardo l'anestesia, ho insistito per la locale (con sedazione), in modo da rimettermi in piedi praticamente subito. Nonostante tutti affermino che l'ernia si operi in locale, l'équipe del chirurgo è di diverso avviso: meglio la spinale. Facile che sul web la gente si confonda con le due tipologie. 
Personalmente son riusciuto a spuntarla solo Perché sei magro...! 
Col senno di poi comincio a credere che l'anestesia migliore sarebbe stata la totale.

Arriva il giorno fatidico dell'operazione. La settimana prima, al colloquio preliminare, l'équipe mi aveva fatto un'ottima impressione; idem Tione, bel posticino, e lo stesso ospedale, accogliente e dal personale cordiale. Peccato che il giorno x riconosco solo il chirurgo; l'anestesista, dagli occhi neri che m'erano rimasti impressi, gironzola altrove e nel mentre mi rifila una battuta minatoria col termine blocco (c'entra col suo mestiere mi sa), ma poi si rifarà viva con la visita controllo pomeridiana. Gran bella sorpresa (e momento papabile per il disegno).
Dicevo.
Chirurgo a parte, gli altri son tutte facce nuove, con la mascherina, la cuffietta, e il grembiule verdino che non migliorano la situazione. Timori infondati, comunque: i due infermieri che mi restano a fianco sono due angeli custodi e il chirurgo quasi mi strappa una risata quando gli dico: Signor chirurgo, io però non ho firmato niente. E lui: La carta dei trattamento dei dati personali l'hai firmata, no? Io: Quella sì, ma... Lui: Basta quella!
Due cose sull'operazione di ernioplastica. Il brutto dell'anestesia locale è la sfilza di punture, se non si è abituati. Quindi sarei un bugiardo a dire che è una passeggiata, che non si sente niente. Pertanto la sedazione tempestiva è importantissima: una volta sedato chiacchieravo del più e del meno, come se fossi ubriaco, e a fine operazione son tornato perfettamente lucido.

Antidolorifico sì, antidolorifico no. Le infermiere del reparto son angeli anche loro, in particolare quella del turno notturno, così tenera che, pur svegliandomi di continuo per i controlli, la perdono con un sorriso ogni volta (altro momento papabile per il disegno).
Se proprio proprio devo fare il criticone, nella loro infinita premura ti propongono sempre e solo un antidolorifico, anziché la postura migliore per dormire o il movimento corretto per scendere dal letto. Perché qualche dolorino post operatorio è venuto fuori sin dalla sera, un certo dolore pungente che mi riempiva di ripensamenti. Anticipa il dolore con una flebo mi consigliavano. Sarei d'accordo, se rimanessi in vostra compagnia per due settimane di degenza. Io domani torno casa e là non ho il paracetamolo in vena...  

Basta un po' di ghiaccio e non strafare. Ho letto di fenomeni che il giorno successivo all'operazione di ernioplastica riprendono una vita pressoché normale. O raccontano palle o sono imbottiti di tachidol. Due settimane di riposo servono tutte. 
Cosa aggiungere ancora, son passato dal timore di starnutire/tossire per non far fuoriuscire la mia ernietta primitiva, al non starnutire/tossire per evitare delle strazianti fitte di dolore. Per il momento quindi non è cambiato niente, in meglio s'intente. Ma confido che ora la strada sia tutta in discesa.
 

venerdì 15 settembre 2017

Diario di un cercatore di nomi di funghi, anno 2017

Prosegue l'epopea del fungaiolo dilettante. Stavolta esordisco con le Mazze di tamburo, finalmente mi son deciso ad impanarle!
Ho letto che taluni son scettici su tale ricetta, giacché il suddetto fungo si annovera tra quelli commestibili previa bollitura. La mera impanatura e doratura nell'olio pertanto non costituiscono un valido metodo di cottura!
Amen, a mio rischio e pericolo (per modo di dire, lo impanano tutti 'sto fungo) mi tolgo lo sfizio...





Le Mazze di tamburo si impanano come la cotoletta. Private del gambo, l'ho sciacquate rapidamente e cacciate nel forno ad asciugare, preparando nel frattempo tre piatti con rispettivamente dentro 1) farina bianca 2) due uova sbattute con un pizzico di sale 3) pan grattato. Ho quindi impanato i "cappelloni" in quarti e li ho messi a rosolare in padella. Caldi ed unti, sembrano proprio delle cotolette.

Porcinelli rossi: funghi pregiati sotto i pioppi
Me li ha indicati mio fratello, altro esperto fungaiolo. I tratti distintivi del porcinello rosso sono 1) il netto contrasto tra l'arancione e il bianco nel cappello e 2) l'habitat, ai piedi del pioppo.
Hanno il difetto di diventar neri durante la cottura, come se fossero intrisi di inchiostro. Vabbé, per non saper né leggere né scrivere li ho fatti bollire due volte con quegli altri due funghetti che ho rimediato. Erano pochi e nella cottura si son ristretti, quindi, soffritti con olio e prezzemolo, son finiti sulla pizza. Una bontà! commenterebbero al sud.

Mazza di tamburo impanata senza uova:
Invece delle uova ho preparato una pastella di latte e farina. Ne risulta una super croccantezza, a discapito però del sapore.


Aggiornamento 09/10/2017 Chiodini Hypholoma fasciculare o falsi chiodini, attenzione!

Li avevo scambiati per chiodini minuscoli, rinsecchiti dal vento secco, ma all'assaggio, nonostante la doppia bollitura, son rimasti amari. Immangiabili. Si tratta invero di Hypholoma fasciculare, fungo tossico!

Aggiornamento 12/10/2017 Dopo qualche giorno spuntano i veri funghi Chiodini
Ogni anno, una garanzia. Laddove cresceva un gelso e son passati ben sessant'anni dal suo abbattimento!

Aggiornamento 11/11/2017 Infine i Cimballi/Quèl (sempre che non siano Nebulari...)!
D'accordo, quando i funghi son grandi si distinguono abbastanza facilmente (i Nebulari hanno quella sfumatura malefica-grigiastra, i Cimballi restano su una tonalità più calda), ma se son giovani come in foto, francamente non ho certezze. D'altronde son parenti, entrambi Clitocybe...
Nella foto a destra si vede come il ventaccio gelido li abbia praticamente essiccati.

Qualche buon Finferlo e... che questi altri siano Porcinelli neri?
Che i funghi a destra siano Porcinelli neri? I gambi somigliano proprio a quelli illustrati sul libro. In ogni caso erano vecchi e son finiti nel komposter.

Calocera viscosa o "Ciate d'ors" (zampe d'orso)
Le Ciate d'ors per mio padre son commestibili, pur sapendo che è vietata la loro vendita al mercato. Pertanto le ho solo fotografate, fra l'altro manco mi ispirano... Il nome scientifico è Calocera viscosa e si rifà alla somiglianza con le corna.

Occhio all'Amanita phanterina... A sinistra due Amanite phanterine, tossiche!


Funghi sconosciuti, guardare e non toccare. E infine, la solita carellata di funghi sconosciuti, aiutatemi a identificarli con un commento! Grazie!

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 PARTE 3 - DIARIO DI UN CERCATORE DI NOMI DI FUNGHI

lunedì 7 agosto 2017

La subdola perdita di gas metano

Il mistero delle bolletta del gas salata. Sono due anni buoni che personalmente faccio a meno dell'acqua calda e che manca una persona a casa. Eppure la bolletta del gas metano rimane inalterata... che presa per i fornelli è mai questa?
Da altrettanto tempo la mattina presto avvertivo un vago odore di gas in cucina, ma lo strumento di rilevamento apposito non aveva riscontrato niente di anomalo. Ci credo, il suo naso elettronico veniva avvicinato soltanto ai quattro bruciatori, tralasciando gli altri punti critici! (E così io facevo sempre la figura del paranoico.)
Finalmente, in occasione delle pulizie e dello spostamento del fornello, abbiamo potuto constatare che la perdita di metano c'era eccome. Tramite un metodo poco ortodosso: passare la fiamma dell'accendino lungo la canna del gas...! (Perdonate la foto mossa, non c'è stato il tempo materiale per un farne una seconda, il fuoco blu è stato spento pressoché all'istante.)

Avvicinare una fiamma alla canna del gas è caldamente sconsigliato. Guai a voi se lo fate. In questa occasione mi hanno rassicurato che il gas di casa è metano, il quale, a differenza del gpl, è volatile e non tende ad accumularsi in pericolose sacche esplosive. A dimostrazione della teoria, casa nostra non è saltata in aria!
La fiamma blu che abbiamo appiccato con l'accendino è indice della combustione gassosa, identica alle fiammelle dei bruciatori, che non lascia spazio a dubbi: c'è una piccola perdita.
Nota bene: il metano è inodore, incolore e insapore, quindi prima di essere distribuito nelle reti domestiche viene profumato di gas. Per questo avvertivo la sua presenza di prima mattina!

In attesa dell'idraulico abbiamo chiuso prontamente la valvola a monte, in modo da stroncare la perdita di gas. L'idraulico infine ha impiegato dieci minuti a serrare la guarnizione che (stranamente) si era allentata (da sola), apponendone una seconda di sicurezza, d'amianto (ho capito bene?). Una controllatina finale con il suo strumento di rilevamento e, voilà, l'emergenza rientra.
Ora non resta che aspettare le prossime bollette per un confronto dei consumi.

lunedì 31 luglio 2017

La domenica delle cose storte

Quando tre impegni si accavallano, bisogna imporsi delle priorità, bisogna esser spietati. Ebbene, io non lo sono. Ho cercato il compromesso e nel conseguente tira&molla non ho combinato un bel niente o quasi.
Ho scattato una fotografia al volo all'unica attrazione di Levico che ho notato: il vetusto bar della stazione dei treni, che trasuda quel fascino da film western che mai in Trentino mi sarei sognato di ritrovare.
Io però mica son andato a Levico per questo.

Oggi c'era il super mega evento, il Red-Bull-Summer-vattelapesca, la festa in spiaggia più cool che la mia regione montuosa possa offrire. E poi il lago di Levico non l'ho mai visitato prima, al contrario del fratellone di Caldonazzo.
Pertanto ho fatto uno più e uno e mi son fissato l'impegno sul calendario.

Caso vuole che ieri un caro vecchio amico mi manda un sms: Domani passo per Trento, troviamoci per un caffé. Io mica posso dirgli di no (non lo vedo da quasi 10 anni!) e in ogni caso conto di sbrigare quel lieto imprevisto entro il primo pomeriggio, in modo da avere tutta la giornata restante per il lago.
In concomitanza salta fuori pure l'invito per una pizza tra parenti e famigliari, la sera stessa! Perdonatemi, questo impegno lo devo scartare... tutti oggi dovete farvi vivi?

Arriva la domenica e attendo notizie dal mio socio. Passano le ore e in fin dei conti è un bene, penso lì per lì, mica mi voglio ustionare in spiaggia! Finalmente mi scrive: si ferma un po', quanto non sa. Mi farà sapere. Arrivano le 17:00 e gli lancio l'ultimatum: Vediamoci entro le 18:00, alle 18:05 ho il treno. Silenzio radio.
Sfortuna vuole che sia domenica e il trenino della Valsugana delle 18:05 non ci sia. Allora tento di prendere la corriera delle 18:35, ma causa l'autobus lumaca perdo la coincidenza. Mi trovo costretto a prendere il treno delle 19:05 e, facendo due conti al volo (ripartirò alle 20:42), significa stare a Levico una quarantina di minuti abbondanti. Assurdo. Mi passa la voglia, solo guardo il prezzo del biglietto (5.80 €), uno sproposito, e mi costringo a partire.
Unica nota positiva: la capotreno è la mitica Soldato Jane, che non rivedevo da cinque anni.

Di corsa a Levico, per raggiungere il lago. Impiego ben venti minuti. Una volta sul posto, noto che delle migliaia di presenze annunciate è rimasto un assembramento più modesto, tutti ormai rivestiti. Il festone è bello che finito. Nuvoloni preoccupanti all'orizzonte, fuori dal lido i cani antidroga.
Non mi resta che tornar di corsa in stazione dei treni e, nella coda per farsi convalidare il biglietto dalla capotreno, scatto la miserabile foto.
Sceso a Trento, sotto l'acquazzone, provo infine a salutare Soldato Jane con una battuta simpatica. Dal suo Come, scusi? deduco che la figuraccia me la sono proprio cercata e che oggi è proprio una giornata da dimenticare.

Col senno di poi era meglio anticipare il lago, tornare in città per il caffè con l'amico e concludere con la pizza coi parenti. Ahimè, senza orari concordati, senza una tabella di marcia ben definita, io miracoli non ne posso fare.

venerdì 28 luglio 2017

Rivalutare l'acqua per affrontare l'emergenza idrica

Chi abita nei paesini di montagna ha il privilegio di poter vedere da dove proviene l'acqua che beve. Pardon, beveva. Questo della foto è il vecchio acquedotto di Baselga, sorto sulla storica sorgente, trovato in mezzo al bosco. La porta aperta perché esso giace in disuso sin da quando il comune di Trento ha centralizzato la distribuzione dell'acqua, attingendola altrove.
Chissà come mai.
Un tempo le comunità dipendevano da quest'acqua minerale che zampillava fuori dalla terra; ad essa dovevano il sostentamento e pure l'indipendenza. Più in là nel tempo la si incanalava sino alla fontana e al lavatoio, per avvicinarla al centro abitato. Da lì, ciascuna famiglia provvedeva a rifornirsi d'acqua, a secchi o nelle otri di pelle, pertanto le persone la consumavano con parsimonia. Erano consapevoli, altro che sciacquone selvaggio!

Oggi vige il motto del Finché ce n'è. Oggi l'acqua è quel fluido trasparente e insignificante che fuoriesce dal rubinetto/gabinetto al nostro comando. Oppure è il contenuto delle migliaia di bottiglie esposte in ogni singolo supermercato. Oppure la pioggia che fa puzzare il bucato. Il cittadino medio, viziato dai comfort, non si rende conto di quanto sia fortunato a disporre di tanta acqua; tutt'al più brontola perché deve pagare la tassa corrispondente!

In caso di emergenza idrica si sfiora il tragicomico. Cosa fa l'italiano medio quando viene annunciato il razionamento? Fa il pieno di acqua prima per non rimanere senza dopo, crede di essere furbo. Al posto di razionarla con coscienza, finisce con l'abusarne in un momento critico. In nome di un eccesso di igiene, in un nome di tante abitudini consolidate, in nome di tanti capricci a quali è difficile rinunciare.
Gli agricoltori moderni sperperano quantità indicibili d'acqua, vuoi perché devono gonfiare al massimo il raccolto (si esportano le mele gonfie d'acqua e s'importa dall'estero il frumento secco, per dirne una), vuoi perché devono lavare i mezzi agricoli dopo i trattamenti chimici e così via. Le fabbriche e le centrali non sono da meno, tutte succhiano avidamente l'acqua da ogni riserva disponibile.

Preziosa acqua piovana. Era luglio dell'anno scorso e dal cielo venne giù il diluvio. Mi sorprese nell'orto, mentre sistemavo le grondaie mobili del vecchio pollaio sull'imbocco della cisterna, una routine consolidata, così mi riparai dentro il suddetto pollaio. L'acqua veniva giù così forte che riempì la cisterna mezza vuota (capienza complessiva: 1000 litri), veniva giù così violenta che era di fatto impossibile stare all'aperto senza l'ausilio di un robusto ombrello.
Dall'interno del riparo, in qualcha maniera riuscii a spostare le grondaie per riempire il bidone (altri 250 litri), aiutandomi con quanto avevo a disposizione (una bacchetta) per reggere quel nuovo assetto precario (foto).
Voglio dire: oggi se piove filate tutti sotto un tetto o dentro l'auto. Guai se i capelli si bagnano. Io in quell'occasione mi ero fatto l'equivalente di cinque docce filate, ma avevo raccolto una riserva immane di preziosissima acqua meteorica, che altrimenti sarebbe defluita giù per la strada.
Avevo garantito quasi due settimane di irrigazione per l'orto e scusate se è poco.

lunedì 10 luglio 2017

La postuma riconoscenza della donna dei miei desideri

A me non piace parlar di morti e non voglio certo sfruttare lutti famigliari per suffragare le mie teorie esistenziali. Però, con la dipartita dell'attore Paolo Villaggio, è emersa una questione che mi fa abbastanza imbestialire.
Fantozzi è stato l'unico uomo che mi abbia veramente amato, così se ne è uscita la crudele signorina Silvani nei confronti del suo caro e defunto spasimante, il ragionier Fantozzi.


Ironia a parte, voglio capire il senso di tal sofferta dichiarazione. Cara signorina Silvani, tratti per una vita intera Fantozzi da pezzente e ora che egli è morto gli dedichi due belle parole? Grandissimo esempio non di buon cuore, ma di cuore marcio!
E che immane bastardata hai scritto, lasciatelo dire.
Qui viene a galla lo schifo del genere umano, l'infierire a oltranza, il vilipendio di cadavere, la sintesi di una condotta tipica di alcune donne ma anche di alcuni uomini, non voglio scadere in discriminazioni sessiste.

La signorina Silvani non è soltanto un personaggio fittizio, ma rappresenta degnamente quella fetta di persone belle&maledette che se la tirano. Che se ne sbattono altamente se sei innamorato di loro, se sei diventato single a vita per restar loro fedele. Ti strizzano l'occhio di tanto in tanto, ti lanciano qualche allusione per illuderti, per prenderti in giro, per far il pieno di autostima.
Perché nella catena alimentare, qualcuno mette i piedi in testa anche a loro e, poverine, devono pur sfogarsi su qualcuno! Quando poi, nonostante tutto quel trasporto, tu fai notare i tuoi sacrosanti diritti e pretendi un minimo di rispetto, le signorine Silvani reali ti segano via, troncano ogni legame, come se non fossi mai esistito.
Ti mortificano.
Ecco, una volta morto, giusto per farti rivoltare nella tomba, giusto per sfruttare il tuo decesso per un nuovo attimo di notorietà, ti dedicano un bel pensierino.

Che poi i film sono più rosei della realtà. Nella realtà, quando la signorina Silvani ti sega dai contatti, cessi di esistere definitivamente. I ripensamenti oggigiorno non sono mai un'opzione ammissibile.

Questo è un post Socialmente Scomodo, amaro da mandar giù.

mercoledì 21 giugno 2017

I tifosi io non li capisco. Loro stessi non capiscono quel che fanno

Posso dire cosa mi sta sul cazzo dello sport e della tifoseria? Che quando faccio il boscaiolo e trascino a braccia quintali di legna non mi caga nessuno. Lancio tronchi anziché palloni e a nessuna donna stimolo gli ormoni. Sono invidioso, ecco. Evidentemente dovrei mettermi una tutina appariscente con tanti sponsor appiccicati sopra, dovrei farmi la ceretta così si vedono meglio i muscoli guizzanti e il sudore. Magari passare anche dall'estetista e diventare metrosexual. Ma vaffanculo #basket #calcio e tutte le altre porcate che vi fanno belare sugli spalti. 

Un pensiero del genere non lo condividerà nessuno del sopracitato gregge; lo venisse a leggere un tifoso sfegatato, mi rutterebbe in faccia tutta la sua disapprovazione. Ma sostanzialmente chissenefrega.

Basta osservare la maglietta dei giocatori. Ecco la maglietta dell'Aquila Basket di Trento, ditemi voi cosa balza all'occhio prima. La sagoma dell'aquila-spiacciccata-sull'asfalto-vittima-di-un-incidente-stradale passa in secondo piano, sovrastata da una sfilza di pubblicità. Un collage di pubblicità, abbastanza squallido per giunta. Il mio falegname con 30mila lire faceva meglio
Focalizziamo l'attenzione sullo sponsor più in vista e di fatto il secondo nome (o il primo?) della squadra: Dolomiti Energia. La Dolomiti Energia delle bollette, la società che si piglia le vostre bollette!
Quindi il tifoso trentino, tirchione di suo, che già finanzia profumatamente la squadra perché paga le bollette, mangia le mele e magari fa la spesa al discount, deve pure pagare il biglietto. E' praticamente socio e gli fanno pure pagare il biglietto! Ma dimmi tu chi glielo fa fare!
Perchè lo sport è una gran bottega. E' un pozzo succhia soldi. La Dolomiti Energia si sponsorizza per questione di immagine e marketing: i clienti perdono la testa per i giocatori dell'Aquila Basket e pagano le bollette volentieri. Che volpi! I dirigenti intendo. 
Perché i tifosi... 
Non è possibile, vedo gente normalmente deliziosa sbavare come zombie davanti a un incontro sportivo. Io capisco quella piccola porzione di tifosi che acclamano l'amico stretto o il famigliare in campo, ma tutti gli altri? Perché diavolo osannate questi vostri presunti beniamini quando manco li conoscete? Magari non sono neanche trentini, men che meno italiani, e alla fine dell'ingaggio se ne tornano da dove son venuti. Oh, sì, vi raccontano che fare il tifo è importante per la squadra e un sacco di altre menate. Cazzate. Lo sportivo entra in uno stato di trance per dare il meglio di se', se ne frega altamente del vostro supporto, non vuole distrazioni.

Gli atleti di una volta non avevano tanti sponsor addosso
Perché lo sport regala vende emozioni. La gente sente sempre quello strano bisogno di venire distratta dai mali del mondo, di venire intrattenuta con passatempi più frivoli, come lo sport moderno. Lo sport moderno, inteso come società e giri di denaro, è scaduto da quel che era un tempo. Ripeto: stasera giocava la società delle bollette di Trento contro l'agenzia del lavoro di Venezia! Ma quanto è diventato squallido il basket?
La gente ricerca un senso di appartenenza per non sentirsi sola e sperduta, ma non ricerca più questa appartenenza nei legami comunitari, nella salvaguardia dell'ecosistema terrestre, nella cultura e via discorrendo. Cerca un senso di appartenza in contesti frivoli e no-brain, come appunto la rumorosa tifoseria, il delirante fanclub di qualche altra star o gli stravaganti dettami della moda.
La gente, la tifoseria, non si mette più in gioco di persona, ma affida la propria felicità a dei professionisti. Che poi, se le emozioni le cerchi solo in un momento altisonante come può essere un evento sportivo, non le ritrovi più nelle cose più semplici, nell'umanità del prossimo. Come fa a competere un umile mortale con un atleta divinizzato sotto i riflettori e i flash dei cronisti (la bottega include anche i giornalisti)? A mio modo di vedere compete eccome, vedo cinicamente l'atleta saltare come uno scimmione ammaestrato per cacciare una palla in un ridicolo canestro. In un ciclo noioso e ripetitivo. Come lo sono le gare automobilistiche o le partite di calcio, ma vaglielo a spiegare ai patiti di sport!

Per concludere, per me è sempre una goduria sapere che la vostra squadra del cuore ha perso. Così aprite gli occhi e vi dedicate a passioni più autentiche.

Questo è un post Socialmente Scomodo, amaro da mandar giù.

lunedì 12 giugno 2017

Val la pena aggiustare i vecchi ombrelli? Occhio agli inversi

I fragili ombrelli pieghevoli. A sinistra ecco che da tre ombrelli malmessi (cinesate che si rompono solo a guardarle) ne ho recuperati due. Il terzo si è sacrificato per donare le preziose parti di ricambio. Una riparazione che mette a dura prova i nervi, come avevo già detto nella precedente occasione.
Ma vale davvero la pena perdere una giornata per aggiustare dei vecchi ombrelli?


Questi per fortuna erano di dimensioni standard e, salvo qualche lavoretto extra (foto sotto), me la sono cavata cannibalizzandone uno in modo da rimpiazzare le asticelle rotte degli altri due.
Momento saliente della riparazione: il chiodo d'acciaio per forare l'asticella di rimpiazzo
Una lotta virtuosa allo spreco, insomma. Fermo considerando che questi ombrelli compatti e pieghevoli, fragili come sono, si spaccherranno ancora: la ruggine si mangia le giunture metalliche a colazione e il fil di ferro non s'avvicina alla precisione dei rivetti originari. Al pensiero mi passa la voglia di aggiustarli di nuovo... ne vale davvero la pena?



Gli ombrelli inversi dal lontano Oriente. Per una modica cifra perché non acquistare degli ombrelli nuovi? Questi sono ombrelli inversi ed hanno il pregio di non gocciolare una volta richiusi. Perlomeno finché restano in piedi... Mi alletta l'idea di poter chiudere l'ombrello, cacciarmelo sottobraccio ed entrare in negozio senza lasciarlo incustodito di fuori, per esempio. Sarà fattibile?




Ombrelli innovativi di sicuro, certo che ripararli sarà un altro paio di maniche...

domenica 21 maggio 2017

Il re delle colline si corica a sognar

Intuizione dormiente. Visto che qualcuno si ostina a darmi dell'artista, visto che qualcuno mi ha dato del re delle colline, ho messo insieme le due cose. All'inizio mi ero ritratto proprio da re, ritto in piedi e col mantello (da tempo volevo ritrarmi con un autentico mantello), poi ho coricato il disegno e...mi è venuta l'ispirazione. Quella definitiva.
Il re delle colline, autoritratto.

Il re delle colline. Un epiteto evocativo, indubbiamente. Mi sembri il re delle colline mi han detto e io mica so cosa voglia dire. Una via di mezzo tra il re dei mari e il re dei monti? Né carne né pesce? Medioman? O magari un riferimento a qualche saga fantasy (l'atmosfera era ben quella)?
Non lo saprò mai.

Meglio coronare sogni. Calarmi nei panni di un re sarebbe stato arduo, così il mantello si è trasformato in una coperta e mi sono attorniato di scene oniriche ed eterogenee. Sullo sfondo le colline per mantenere un minimo collegamento col titolo di partenza.
Un autoritratto abbastanza semplice, però riusciuto, sennò col cavolo che lo pubblicavo!

sabato 13 maggio 2017

La polpa delle canne è commestibile?

Son lì che taglio il canneto e dico alla signora: "Che peccato, però, magari 'ste canne son commestibili. Come gli asparagi o i porri..." Ovviamente scherzo, ma ecco che lei mi sorprende con un "Buone...!". Ne sta rosicchiando una e fa assaggiare la polpa anche a me. Come due panda coi bambù.
Io poi son famoso per inventarmi le somiglianze tra i sapori, quindi prendete le mie dichiarazioni con le pinze, ma la polpa di canna sa quasi di avocado, meglio ancora di fiori di robinia. Fermo restando che in questi casi di incertezza è meglio assaggiare piccolissime porzioni per evitare spiacevoli mal di pancia.
L'interrogativo comunque rimane aperto.

Non è bambù, ma canna comune (non la comune canna
che ispira l'estro di tanti patiti del pollice verde (...)) o domestica (Arundo donax L., 1753).
Ho cercato informazioni dappertutto e nessuno accenna se la polpa è commestibile o meno. I germogli di bambù, mi han fatto notare, lo sono eccome e fanno bene, ma questa, lo ripeto, non è la canna di bambù apprezzata dai panda. Anzi, l'unico accenno che ho trovato sostiene il contrario: la canna comune presenta, inoltre, il vantaggio ecologico di non essere appetita dagli animali. Homo sapiens incluso, mi viene da aggiungere.

Pregi e avvertenze. La canna domestica, robusta e cava, una volta secca si presta agli usi più svariati:
  • canna da pesca
  • rudimentali tubazioni
  • manico della ramazza
  • tutore per pomodori e fagiolini rampicanti
  • combustibile
  • barriera frangivento
  • strumenti musicali
Dunque, già che ci sono, ho prelevato qualche pollone e l'ho trapiantato. In fondo la canna domestica è una pianta preziosa, commestibile o no.
Occhio però a dove la si metta a dimora: una volta che attecchisce, se trova terreno ben irrigato, diventa ostica da contenere. La rimozione dei suoi polloni è possibile solo a colpi di piccone, per dire.
Non sarà nociva come il Poligono del Giappone, ma è sempre meglio prestare la dovuta attenzione.

Aggiornamento settembre 2017: i polloni di canna sembravano tutti avvizziti, ma ecco spuntare un nuovo virgulto!

domenica 23 aprile 2017

Il kefir funziona veramente?

La vicina mi ha regalato il kefir d'acqua. Provarlo lo provo, ma col cavolo che nutro 'sti fermenti con la mia scorta di fichi secchi. Che si accontentino di zucchero e limone!
Prime impressioni a parte, mi fanno un po' di senso questi fermenti acquatici, viscidi e vivi... non c'ho proprio questa gran voglia di bere i loro succhi gastrici! Dicono che siano un toccasana per l'intestino, ma sarà vero?

Elisir o no? Non sono il primo a pormi la questione. Su internet, nei gruppi di discussione appositi, l'utente che esprime un po' di scetticismo viene subito messo a tacere. Ricordo una tizia che ha detto una cosa tipo "Sono mesi che assumo il kefir e non ho notato alcun effetto positivo". Di rimando un tizio le ha detto "Sbagli, ora pensi." Quell'atteggiamento da setta, insomma, che non ammette voci fuori dal coro.
Neanche a farlo apposta, l'altro giorno un nutrizionista nella trasmissione Geo&Geo parlava proprio del kefir, dichiarando che non supera vivo lo stomaco! Al che un'amica mi fa "Dirò a mia mamma di non assumerlo più per via orale...". Simpaticissima.
Tornando seri, il nutrizionista di sopra tirava in ballo protobiotici, probiotici, antibiotici e prebiotici... in quella confusione di prefissi e suffissi ho afferrato un concetto chiaro: sono i prebiotici nella nostra dieta a svolgere un'attività davvero benefica nei confronti della flora intestinale. Essi non sono organismi vivi come il kefir, ma sostanze contenute in legumi, aglio, frutta secca e via discorrendo.

Fateci caso anche voi, ogni elisir proposto (non solo il kefir, anche gli integratori delle pubblicità televisive) va accompagnato da uno stile di vita sano e da una dieta equilibrata... non sarà mica che sono questi ultimi fattori a migliorare le cose? Nel caso del kefir d'acqua gli vanno aggiunti: fichi secchi, limoni biologici, zucchero di canna, uvetta sultanina. A me scoccia dare queste prelibatezze in pasto ai batteri e mi sa proprio che sono questi ingredienti a farci star bene. Altro che kefir.

PS: in ogni caso, se qualcuno in zona Trento volesse del kefir d'acqua, io ce l'ho, congelato in acqua zuccherata. Dovrebbe durare sei mesi.

lunedì 10 aprile 2017

Bufala del web VS vaccata della tv. L'informazione basata su una storia vera

Una vignetta simpatica. Vacca non è un'offesa, sia chiaro, bensì il nome corretto della mammifera erroneamente chiamata mucca. Mi servivano due bestie munite di corna per giocare un po' con le parole: a sinistra la bufala del web, a destra la vaccata televisiva.


Entrambi i mezzi d'informazione sovente cospargono di letame la verità, ma vi sono delle sottili differenze.
  • La bufala sul web la si legge con tutta la calma del mondo e, nel caso insorgano dubbi, si indaga in rete, qualche smentita la si trova sempre. L'informazione tramite web diventa un momento intimo senza orari e interferenze, insomma.
  • La vaccata televisiva non la si può affrontare nello stesso modo. Primo perché la tv ti propina un continuo flusso di informazioni e non puoi soffermarti a riflettere sulle singole questioni. Magari ti rifilano una vaccata in mezzo ad altre notizie veritiere o sapientemente il telegiornale inizia dopo l'estenuante finale del quiz televisivo che ha provato la tua lucidità (guarda caso gli approfondimenti interessanti li fanno sempre in seconda o in terza serata). Secondo, complice quello strumento subdolo che è il televisore, che si fa ascoltare anche da chi non ha interesse ad ascoltarlo, è l'informazione televisiva a prendere il controllo di casa. Non è un rapporto leale, alla pari, le persone assorbono passivamente o comunque risultano messe sotto stress, cercando di ignorare o quantomeno filtrare i rumori ambientali.
Virale a chi? Il web fa paura perché una bufala fuori controllo potenzialmente potrebbe raggiungere mezza popolazione mondiale nel giro di una giornata. Far scattare rivoluzioni, scioperi e disastri di varia natura. Ma nessuno fa i conti con la potenza delle emittenti televisive, che quotidianamente imbambolano, nel complesso, un buon mezzo mondo.

Manovratori d'opinione pubblica. Di questi tempi, il fatto a monte della notizia diventa un mero strumento per far breccia nell'emotività delle persone e manipolare la loro opinione. Le strategie comunicative per raggiungere lo scopo vengono studiate a tavolino, in redazione oppure negli oscuri meandri del web con lo zampino di occulte regie internazionali... Complotti a parte, è in atto un vero e proprio scontro politico: basta confrontare i diversi telegiornali per accorgersi che uno scredita Tizio, l'altro Caio; entrambi screditano Sempronio che, poverino, non ha amici in tv.
In questo contesto di gogne mediatiche strumentalizzate accusare le bufale e non ammettere la mole di vaccate proferite è controproducente. La credibilità di tanti giornalisti va a farsi friggere; tanti ma non tutti, non voglio generalizzare.
D'altro canto anche il web ha perso la sua anima originaria. Internet era partito come il covo di pochi eletti, gente erudita insomma. Poi ha spalancato le porte alla massa dei pecoroni che non fanno altro che divulgare in tutte le salse quanto apprendono dai mass media tradizionali. Le testate giornalistiche si sono intrufolate e siamo da capo. 

Personalmente all'inizio mi ero illuso col sito dell'Ansa, credendolo imparziale, poi mi son affidato a Google News, che mi permette di fare la comparazione dei titoli attinenti allo stesso fatto, quasi fossi all'edicola. Una sorta di rassegna stampa per farsi un quadro d'insieme. La verità sta nel mezzo...
I mezzi d'informazione dovrebbero fornire ai cittadini dei bollettini, comunicati nudi e crudi, senza opinioni e fastidiosissime insinuazioni di contorno. Le previsioni meteo non sono forse piatte, banali e ripetitive? Eppure vengono seguite da miliardi di telespettatori ogni santo giorno. Che prendano esempio.

L'autore

L'autore (di cui potete ammirare l'autoritratto...) è residente a Baselga del Bondone, da alcuni paragonata al villaggio di Asterix, ha la passione della scrittura, del disegno, della fotografia e delle riprese video.