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giovedì 26 marzo 2015

Coltivare le vigne 1: perché l'uva fa bene e i vitigni vecchi vanno recuperati

Dal pane alla vigna. Riflettendo su quello che mangio (è importante riflettere anche su questo), ho notato che il pane con l'uvetta è un richiamo irresistibile e ne mangio fino a scoppiare. Il motivo, ho realizzato, è proprio l'uva sultanina contenuta. La prima soluzione è stata procurarmi l'uvetta e mangiare quella da sola, senza dovermi riempire di pane. La soluzione successiva è quella di coltivare le vigne di uva sultanina per conto mio.
L'uva fa bene, è uno dei tre pilastri della dieta mediterranea (grano, oliva, uva). Se mai vi capita di vendemmiare, vi macchiate le mani, vi restano proprio blu. Ebbene, sono gli antociani che vi colorano la pelle, pigmenti che rafforzano i vasi capillari e fanno bene agli occhi (e non solo). Esattamente gli stessi del mirtillo nero europeo.
Attenzione che l'uva rientra nei frutti molto zuccherini, quindi mangiarne fa bene sì, ma senza esagerare. Per questi molti preferiscono fermentare l'uva e berne il vino, anche in questo caso senza esagerare (occhio che alcuni tipi di uva producono alcol metilico, che provoca cecità). Leggo inoltre che l'uvetta combatte la carie, che pare strano, dolce com'è, ma mi fido dei ricercatori.

Recupero di vigne antiche. Prima di coltivare vigne nuove, mi sono guardato intorno e ho cercato di arrangiarmi con le piante già presenti. A casa c'è una vecchia ed enorme vigna di uva fragola, mi fanno tagliare l'erba sotto le pergole di uva bacco (foto in alto, la mia preferita) e nei campi e sulla pontara per raggiungerli ci sono altre vigne ancora, mi dicono di uva zaibel, vitigni di una volta e abbandonati a loro stessi.

L'anno scorso mio padre mi ha procurato diverse talee della bacco, sfruttando gli scarti delle potature delle vigne. Interrati per quasi tre quarti della lunghezza e abbastanza riparati dal sole, hanno prodotto qualche getto durante l'estate e ora, con il trapianto nel piccolo vigneto (leggi sotto), scopro anche un po' di radici. Ottimo (talee utilizzabili solo se la vite non è innestata).

A fine inverno ho cimato i vitigni abbandonati, con la speranza che questa estate producano qualche pica di uva (l'uva zaibel devo ancora assaggiarla). Anche in questo caso, ho interrato le cime per farle radicare. Talee da preferire al trapianto del vitigno intero, soprattutto se sono piante adulte o vecchie che difficilmente sopportano questo trauma.
Stessa operazione anche per i vitigni trovati sulla pontara.

Non sputate i semi dell'uva! Se la buccia degli acini è piena di antociani, anche i semi contengono un sacco di nutrienti. Sono pieni di antiossidanti e li trovate perfino in erboristeria, per dire. Poi magari si incastrano tra i denti, forse per questo preferisco l'uva bacco, che li ha croccanti rispetto all'uva fragola o a tanta uva bianca da tavola.
Se i semi appartengono a varietà non innestate possiamo seminarli. Devo provare anche questa strada, per non avere solo cloni sempre più vecchi.

Barbatelle nel nuovo piccolo vigneto. Tornando al discorso di partenza, mi procuro anche un po' di barbatelle di uva sultanina e di uva angela (ordinate al vivaio).
La prima varietà viene definita apirena, cioè priva di semi, quindi è indicata per il consumo a tavola e non per la vinificazione. E anche l'appassimento, la conservazione e il consumo. Perché l'uva in estate non manca, manca dopo, se faccio appassire l'uva con i semi chissà quanto sarà dura da masticare.
La seconda varietà l'ho scelta perché 1) resistente 2) si conserva fresca a lungo, fino a natale dicono.
Insomma, due varietà che si conservano e bianche, perché tutte quelle menzionate prima sono nere.

Preparare i dieci metri di terreno è stata un po' una corsa contro il tempo. Le barbatelle le avrei felicemente piazzate di sopra, occorreva solo rimuovere i fitti rovi. Invece le direttive sono state tassative: il vigneto va piantato di sotto. Quindi lavori in grande stile, con taglio degli alberi e vangatura con rimozione delle radici tenaci con la fida vanga pianta-alberi (nome inventato, in inglese si chiama tipo badile-lancia o vanga per drenaggio). Una valida alternativa al piccone, che causa troppi contraccolpi.
Quel bastoncino scuro che si nota a sinistra della mia vanga è una vigna autoctona che ho trovato durante i lavori. Mi pare un po' secca, però una gemma ce l'ha ancora.
Nel vigneto ho piantato otto barbatelle (sultanina e angela), due talee di bacco e per il futuro c'è sempre spazio per aggiungerne altre. Due ulteriori barbatelle rimangono nell'orto di casa, che almeno stanno al sicuro.
Le barbatelle le avrei tenute più alte, invece di interrare anche tutto il fusto, ma mi hanno spiegato che si fa così. Io ricordavo diversamente, quando mi ero documentato per la mappa di comunità della Valle dei laghi, radici sotto e fusto sopra. Boh.
Dovrò aggiungere qualche protezione prima che germoglino.

COLTIVARE LE VIGNE - PARTE 2

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L'autore

L'autore (di cui potete ammirare l'autoritratto...) è residente a Baselga del Bondone, da alcuni paragonata al villaggio di Asterix, ha la passione della scrittura, del disegno, della fotografia e delle riprese video.