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giovedì 18 ottobre 2012

Le noci malate con il mallo nero: è colpa di una mosca. Salvare il salvabile

Noci col mallo nero
Non sono anni felici per chi coltiva e raccoglie le noci. Il mallo, ossia la polpa non commestibile del frutto, diventa nero e marcisce, esponendo all'umidità e ai parassiti il guscio ed il gheriglio, che nell'insirme costituiscono il seme.
La colpa è da attribuire alla mosca della noce. Sono le sue larve, infatti, a cibarsi del mallo. Vediamo se riusciamo a salvare fuori qualcosa.

una noce col mallo guasto ma rosicchiata: dentro il gheriglio è (era) buono

Dietro (e dentro) le noci guaste dal mallo nero c'è la mosca della noce:
Asportando il mallo nero saltano all'occhio dele piccole larve di mosca. Alcune bianche, che si muovono, altre chiuse in una sorta di bozzolo rossastro. Sono loro a mangiare il mallo e a causarne la putrefazione. La mosca della noce è stata segnalata per la prima volta sul suolo italiano proprio a Trento, alcuni anni fa. Quindi siamo proprio in mezzo al focolaio.



Questo parassita depone le uova sulle piccole noci acerbe, ancora tenere. Le larve scavano nel mallo per alcuni mesi, cadendo infine a terra insieme. Svernano nel terreno e, quando torna il caldo, le mosche sono pronte e ripetere il ciclo distruttivo. Esistono dei trattamenti per contenere l'infestazione delle mosche della noce, ma andrebbe esteso a tutte le piante della zona.

Raccogliamo le noci lo stesso. Asportiamo il mallo nero:

L'asportazione del mallo è la prima fase della pulizia delle noci. L'operazione è facile e pulita (quasi) con le noci sane, dal mallo duro e verde. Con il mallo marcio e nero, invece, ci si sporca un po' e bisogna aiutarsi con una lama o qualcosa di duro.

Mano a mano che si procede con la pulizia, ci si rende conto che la raccolta delle noci diventa una mera raccolta differenziata. I gusci, infatti, rimasti senza protezione, sono forati e umidità e parassiti hanno fatto disastri all'interno (complice anche la pioggia dei giorni scorsi). I malli restano, ad ogni mdo, ottimi per concimare l'orto, quindi finiscono nel composter.
Importante: per salvare il salvabile le noci vanno asciugate al sole il più presto possibile, per evitare o rallentare l'insorgere di muffe interne.

Apriamo le noci: bagnate, ammuffite e anche sane per fortuna:
 
La maggior parte dei gherigli delle noci non sono in buone condizioni: bagnati da goccioline d'acqua, vengono presto attaccati dalla muffa (a destra allo stadio inziale, ho evitato di fotografare certe cose). I gherigli in condizioni accettabili, unti e calorici come sono, credo che possano andare bene per le galline per superare meglio il freddo invernale

Un gheriglio di noce sano
Una piccola quantità di gherigli, per fortuna, è rimasta sana. Diciamo una noce ogni dieci. Quelli dorati e secchi li riconosciamo facilmente, quelli neri invece bisogna aprirli per accertarsi che il gheriglio sia bianco e non guasto.
Col senno di poi, bisognava spaccare le noci appena cadevano a terra: un sacco di gherigli non sarebbero ammuffiti. 

noci col mallo nero 2014: provo la trappola per mosche

sabato 1 settembre 2012

Prugnolo selvatico: talea in bottiglia e propaggine tradizionale

Una bottiglia in una buca, cioè un vaso (improvvisato) stretto e profondo inserito in un ambiente protetto. Una soluzione migliore rispetto al classico vaso, esposto all'azione disidratante del sole e del vento. Il passo successivo dell'esperimento prevede l'inserimento di una talea di prugnolo selvatico.

Il prugnolo selvatico:

Il prugnolo selvatico, o pruno selvatico o brugnolaro, è un arbusto sconosciuto ai più, che regala dei piccoli frutti color prugna, col nocciolo interno. In dialetto si chiamano brugnarole, non so se il nome vero è prugnole, o frutti di prugnolo. Misteri.
Esattamente come nei rovi di more, anche qui dimora un ragno vespa. Ha solo sei zampe, chissà cosa gli è capitato.




L'esperimento: la talea di prugnolo (fine agosto)
A sinistra la talea di prugnolo selvatico conservata in una bottiglietta d'acqua. A destra la bottiglia-vaso tagliata in due: la parte inferiore è stata colmata di terriccio umido e forata.

La talea di prugnolo selvatico viene preparata per l'interramento. Le foglie in eccesso sono state asportate e il taglio all'estremità è stato rifatto con una lametta affilata. Dicono di farlo a 45 gradi, ci sarà un motivo. Infine il ramoscello di pruno selvatico è stato infilato nella bottiglia. Passo successivo: interrarla. Si tratta di un accorgimento utile a mantenere costante l'umidità e la temperatura interna, condizioni necessarie per la formazione delle nuove radici. Anche il posizionamento del collo della bottiglia (prima di infilare la piantina nel terriccio umido) serve allo stesso scopo. Nella bottiglia bisognerebbe farci stare tutta la pianta, ma sinceramente questo ramoscello di prugnolo non ci stava e poi c'è sempre da considerare il rischio muffa.
Nota: molti consigliano di usare ormoni radicanti per questo tipo di operazioni, ma ho preferito fare tuto al naturale.

Proviamo anche la propaggine tradizionale:
Per andare sul sicuro (considerando anche che la talea l'ho prelevata da un prugnolo selvatico senza frutti) ho provato anche la tradizionale tecnica della propaggine o margotta (sulla pianta con i frutti, foto in alto):

Bisogna praticare uno piccolo scortecciamente di un ramo basso e flessibile, ancorarlo al fondo del vaso (io ho usato uno spago in tensione e il peso di un sasso) e infine sotterrarlo. La prossima primavera, se tutto va bene, il rametto di pruno selvatico avrà sviluppato le radici (fuoriuscite dall'incisione) e potrà diventare un clone, reciso e quindi indipendente dalla pianta madre.
Ultima foto poco definita, ma tra una cosa e l'altra è scesa la notte. Ho protetto e mascherato un po' il vaso con dei sassi, perchè nella zona girano dei mascalzoni...
Ogni tanto passerò a innaffiare il contenuto del vaso.


Per il prugnolo selvatico, dicono gli esperti, andrebbe ancora meglio la tecnica della propaggine apicale. Da fare proprio in questo periodo, agosto-settembre.

continua...
foto scattate con una Fujifilm FinePix Z100fd e una Samsung EX1

Propaggine apicale con il rovo di mora, i lamponi e il prugnolo selvatico

La propaggine apicale, detta anche capogatto, consiste nell'interrare la punta, l'apice appunto, di un ramoscello flessibile dal quale fuoriusciranno le radici. Dopo circa un mese il contenuto del vaso potrà essere separato dalla pianta madre e trapiantato altrove.
Il sistema, molto affidabile a detta degli esperti, si pratica con il rovo di mora, ma anche per i lamponi e il prugnolo selvatico.
Ho provato con tutte e tre le piante verso la fine di agosto, il periodo indicato per il rovo.


Propaggine apicale con il rovo di mora
Il primo passo è scegliere il ramo di rovo giusto, con questi criteri:
  • che sia verde
  • della lunghezza giusta
  • flessibile
  • senza frutti/fiori
  • che sia di mora
L'ultimo punto forse fa ridere, ma distinuguere chiaramente un ramo di rovo dentro il groviglio spinoso non è affare da poco.
Portandoci dietro tutto l'occorrente (legherò la punta del ramoscello con uno spago, ma si possono usare anche dei pratici gancetti di ferro), si può iniziare l'operazione:

Lego il ramoscello di rovo con lo spago, che passa per i buchi del vaso (prima foto in alto), poi riempio quest'ultimo di terriccio. In alcuni casi ho fissato il vaso a un arbusto, visto che il ramoscello non era abbastanza lungo da raggiungere il terreno.
In totale ho fatto sette esperimenti di capogatto di rovo, visto che li lascio dove capita ed è meglio andare a tentativi, sperando che nessuno porti via i vasetti.


Propaggine apicale con i lamponi
Nel caso dei lamponi il sistema di propagazione migliore sarebbe trapiantare i polloni (piantine giovani che crescono intorno alla pianta madre) in primavera. Però ho provato il sistema comunque, avendo le piante comode a casa.
I passaggi sono gli stessi: si sceglie un ramoscello, lo si fissa in fondo al vaso e poi lo si interra. Stavolta non ci sono le spine...


Propaggine apicale con il prugnolo selvatico:

Con il prugnolo selvatico ho eseguito una sola propaggine apicale, avendo già praticato alla stessa pianta una propaggine, o margotta, tradizionale.
Sotto il vaso ho costruito le fondamenta, per non lasciarlo penzoloni come le propaggini di mora. A sinistra ho posto anche un rametto a tridente a protezione. Infine il vaso è stato opportunamente mimetizzato, trovandosi sui bordi di una strada e di una zona campestre frequentata.

Propaggine apicale:
interrare i rametti radicazione e cloni

foto scattate con una Fujifilm FinePix Z100fd e una Samsung EX1

venerdì 10 agosto 2012

Ribes rosso e uvaspina, il confronto

Mi sono sempre chiesto se il ribes rosso e quella che chiamiamo uvaspina siano la stessa pianta. Ora che ho entrambi i tipi i piante posso confrontarle. Ecco a sinistra il ribes rosso e a destra l'uvaspina.

Fine aprile-maggio: la fioritura del ribes rosso e dell'uvaspina
Fiori molto simili, a grappolo come lo saranno le bacche, color bianco-giallognolo.

Giugno: le bacche verdi
Nel ribes rosso le bacche si presentano in grappoli molto più compatti e numerosi rispetto all'uvaspina.

Giugno-luglio: maturazione dell'uvaspina e poi del ribes rosso
Il sole di luglio fa maturare le bacche. Prima quelle dell'uvaspina e poi quelle del ribes rosso.

Grappoli di bacche mature del ribes rosso e dell'uvaspina:
Le bacche mature assumono un colore rosso pieno, cupo, e (soprattutto) un sapore molto più gradevole. I grappoli del ribes rosso sono raggruppati lungo il fusto della pianta, quelli dell'uvaspina, invece, sono sparsi qua e là.

lamponi e usaspina: abbinamento di bacche acidule e frutti dolci
Le bacche del ribes rosso e dell'uvaspina si possono consumare direttamente così. Altrimenti si può aggiungere succo di limone e zucchero e ottenere un favoloso dessert.

Il verdetto.  La vera uva spina ha bacche più grosse del ribes e non così rosse, qui usiamo il termine come licenza letteraria locale. Chiamiamo uvaspina il ribes rosso non potato e inselvatichito, ma sempre ribes rosso.

foto scattate con una Fujifilm FinePix Z100fd